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Sant’Apollonia: lo stato di cose a 10 mesi di occupazione



In molti, attraversando gli spazi della Polveriera, ci chiedevano di come procedesse la trattativa con la Regione ed il DSU, le due istituzioni responsabili della (mala)gestione di Sant’Apollonia. Nel precedente comunicato(link)raccontavamo del nostro stupore (e dei nostri sospetti) sull’ignoranza, nel senso stretto del termine, della Giunta regionale riguardo ai progetti su questo luogo. Ad oggi, consapevoli delle necessità di tenere alta l’attenzione, possiamo tirare un primo sospiro di sollievo: il DSU ha recepito il nostro progetto e lo ha inoltrato all’Assessorato all’Istruzione che, in accordo con l’Assessorato alla Cultura, presenterà alla prossima Giunta regionale, Lunedì 16 Marzo, il

progetto di riqualifica che terrà conto del nostro materiale (link).


Cosa significa tutto ciò? Significa che se prima l’intero complesso era di proprietà dello Stato, attraverso la legge per il federalismo demaniale (ovvero il passaggio di alcune proprietà dallo Stato alle Regioni) la Regione Toscana si approprierà di una parte del complesso di Sant’Apollonia sulla base di questi progetti. Purtroppo, come riportato nel precedente comunicato, esisteva già una pratica in atto, che non comprende l’intero complesso, infatti l’ala tangente via 27 Aprile è gestita (o sarebbe meglio dire, NON è gestita) dal Min. della Difesa. Questa parte, che un tempo ospitava la foresteria dell’ex circolo per sottoufficiali, con questa pratica resterà di proprietà demaniale.
(Lo schemino facilita la comprensione della situazione irragionevolmente intricata e le future possibili evoluzioni)
Ad oggi quindi, grazie alla nostra azione, le procedure di riqualifica dell’intero complesso sono state accelerate. Siamo riusciti ad ottenere la presa di impegno affinché il vecchio progetto venga modificato a passaggio di proprietà avvenuto, così da non rallentarne i tempi e allo stesso tempo poter lavorare per alle modifiche sostanziali – che vanno verso la ri-pubblicizzazione dell’intero complesso – contenute nel documento da noi elaborato.

Tutto questo ci basta? No di certo! Il 9 Marzo abbiamo incontrato i due assessori, Bobbio e Nocentini, ed abbiamo chiarito che ancora molto dev’essere fatto:
  1. una volta approvato il passaggio dovranno essere reperiti i fondi (almeno 1 Milione e 300mila € per gli interventi più urgenti) che l’Assessorato all’Istruzione deve investire per i lavori.
  2. dev’essere avviata una procedura per l’acquisizione della parte oggi non compresa nel progetto.

Un corpo mantiene il proprio stato di quiete, finché una forza non agisce su di esso.”

Tutto questo ci mostra come organizzandosi e agendo si possono modificare le scelte delle istituzioni, strappando anche risultati importanti, sempre se – e solo se – l’azione è collettiva, cioè discussa e partecipata da una collettività che decide di investire le proprie capacità ed energie alla trasformazione dello stato di cose attuale.
Per questo intendiamo proseguire nella stessa direzione: presidiare ogni passaggio burocratico, informare e rendere partecipi studenti ed abitanti del quartiere, ovvero i veri proprietari di Sant’Apollonia.


Invitiamo quindi tutte e tutti Lunedì 16 Marzo alle ore 15 alla Polveriera per recarsi sotto la giunta regionale a mostrare tutto il nostro interesse e la nostra determinazione

PER IL DIRITTO ALLO STUDIO, PER IL DIRITTO ALLA CITTA!


Il Punto su Sant’Apollonia fino a gennaio

Fin da quando, a maggio, La Polveriera ha aperto gli spazi di Sant’Apollonia, le istituzioni hanno preso subito una posizione chiara: questi locali dovevano rimanere chiusi. Di fatti la linea scelta a caldo dal DSU è stata di sigillare maldestramente l’ingresso con qualche trave improvvisata e niente più.
Allora, come nel decennio precedente, i rapporti col DSU erano praticamente inesistenti. I collettivi universitari, in particolar modo quelli presenti nel centro storico, per anni hanno portato avanti la vertenza sul plesso di Sant’Apollonia, sia sul servizio della mensa, sia sullo stato di abbandono dell’intero chiostro ma tutto ciò che è stato ottenuto è stato rendersi conto della disarmante incapacità per le istituzioni di concepire un progetto concreto che potes
se avere come finalità la rinascita di questo luogo.
Le motivazioni di allora sono le medesime del presente: un servizio di ristorazione funzionale, la necessità di aule studio a disposizione degli studenti e la riqualificazione di un patrimonio culturale abbandonato a sé stesso.
Le uniche risposte ci sono state solo negli ultimi anni: il cambio di appalto gestionale della mensa con relativa ristrutturazione dei locali interessati, che ha causato grossi disagi al servizio per almeno un anno intero e proponendo un risultato che di migliorativo ha poco o nulla, e l’apertura di una misera aula studio al piano terra riempita con una trentina di sedie.
In breve, un vero dialogo, se non limitato, tramite le rappresentanze studentesche, non c’è mai stato fino all’apertura di questi spazi.
Passando all’azione, abbiamo pensato che la soluzione migliore fosse mettere le istituzioni davanti al fatto compiuto: La Polveriera è aperta e si adopera dove voi finora non avete potuto e voluto.
All’inizio dello scorso ottobre abbiamo inviato una mail alle personalità che ritenevamo dovessero interessarsi alla situazione di Sant’Apollonia per intavolare insieme un dialogo. I destinatari sono stati: il direttore del DSU, il presidente della Regione Toscana, il rettore dell’Ateneo fiorentino e il presidente del comitato di quartiere Q1.
Fra il silenzio del rettore e la lavata di mani del presidente del comitato di quartiere, che letteralmente ha dichiarato di non essere “il soggetto deputato ad intervenire”, dopo un mese abbiamo ricevuto una risposta dall’assessorato all’istruzione in cui, sollecitato dalla segreteria della presidenza della regione, si chiedeva un incontro con l’Assemblea occupante.
Fra convocazioni, rinvii e incontri ufficiosi si è creato un dialogo che può essere riassunto nei seguenti punti:
1- il DSU ha intenzione di presentare un progetto di riqualifica del plesso alla Regione in modo tale da garantirsi il passaggio di proprietà dal Demanio;
2- la riqualifica consiste in un ampliamento della mensa, spostamento degli uffici DSU nel plesso, creazione di sportelli front-office per le relazioni con gli studenti, l’adeguamento di un locale ad aula studio e nell’eventualità di poter aver disponibile l’intero plesso (da notare bene: l’utilizzo degli spazi del plesso è spezzettato fra regione, l’ex circolo degli ufficiali e la Fondazione Toscana Spettacolo) anche la creazione di alloggi studenteschi;
3- in tutto ciò la Polveriera non ha modo di esistere, né come realtà (in quanto non riconosciuta giuridicamente) né come spazio (in quanto da subito ci hanno comunicato che questi locali non godono dell’agibilità), quindi deve chiudere.
Come atto di fiducia alla loro intenzione di iniziare seriamente questo progetto, l’Assemblea aveva deciso di chiudere temporaneamente le stanze al pubblico e collaborare al progetto a patto che si prendessero in considerazione alcune questioni, come: la necessità di un luogo in cui la vita studentesca possa articolarsi in uno spazio che permetta cultura e socialità, prendendo esempio anche da altre realtà nazionali dove la gestione di alcuni spazi del DSU è affidata direttamente agli studenti; la necessità di pensare seriamente ad una internalizzazione del servizio mensa e di valutare la collaborazione con realtà locali autonome specializzate nel recupero degli spazi prima di aprire bandi e concedere soldi a enti privati per la riqualifica.
Tutto è rimasto in sospeso così, in attesa di nuovi aggiornamenti che sarebbero giunti con l’inizio del nuovo anno.
E le novità sono giunte.
L’unico problema è che non sono state delle vere novità: a quanto pare la nuova amministrazione (sia del DSU che dell’Assessorato) ignorava l’esistenza di una pratica tra Regione e Demanio sul plesso di Sant’Apollonia già dal 2011 e arenata col cambio di guardia.
L’esistenza di questa pratica, che in parole spicciole è un progetto che cerca semplicemente di definire ufficialmente l’odierna lottizzazione e mal gestione del plesso, motivi per cui i collettivi universitari si sono sempre interessati alla causa, rende totalmente vano ogni dialogo instaurato negli ultimi due mesi perché annullarla significherebbe ripartire da capo.
Qualcuno paragonerebbe una situazione del genere al gioco delle tre carte. Come è possibile che gli assessori Bobbio e Nocentini non sapessero di questa pratica? Cosa significa che non si può ripartire da capo quando già era stata manifestata (anche se solo verbalmente) l’intenzione di lavorare su questo nuovo progetto? Perché portare avanti un vecchio progetto finora fallimentare trasformando un luogo pubblico e potenzialmente vivace in una sede di sterili uffici?
Un pensatore malizioso riflettendo su questi fattori li considererebbe semplice fumo negli occhi, atto a garantire la perseveranza dell’istituzione a continuare progressivamente sulla strada percorsa nell’ultimo decennio: svalutare l’intero plesso, svuotarlo dalla vita studentesca e portare avanti senza complicazioni un progetto speculativo che possa permettere al miglior offerente una radicale trasformazione del luogo e della sua funzione, togliendolo illegittimamente al diritto allo studio e al quartiere, in nome della nuova politica economica cittadina.
Per questo siamo qui e per questo riteniamo che la gestione degli spazi pubblici, di questo spazio, debba essere costruita quotidianamente dal basso, dagli studenti e dai cittadini stessi, attraverso percorsi partecipati e democratici.

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Qui potete trovare l’invito all’incontro con gli assessori e il presidente della regione toscana che abbiamo indetto per il 14 febbraio a seguito dell’assemblea che si è svolta lo scorso 31 gennaio:
DIRITTO ALLO STUDIO, DIRITTO ALLA CITTA’

Diario di Bordo – sei mesi dopo

23 Dicembre 2014

Durante l’estate la neonata occupazione è passata quasi inosservata, permettendoci di lavorare indisturbati alla messa in sicurezza delle stanze e di porre le basi per un progetto politico in costante fase di elaborazione. I mesi che sono seguiti hanno visto crescere molto l’Assemblea e il consenso intorno al progetto che si andava delineando, e questo è stato possibile affrontando i problemi legati all’autorganizzazione dello spazio e all’interazione con le realtà che lo circondano e attraversano. Siamo partiti dall‘esigenza di coinvolgere attivamente la comunità proponendo e partecipando al dibattito politico e sociale che interessa direttamente i cittadini.

A settembre abbiamo inviato una e-mail di denuncia a tutti i rappresentanti delle istituzioni coinvolte nella gestione di Sant’Apollonia (DSU, Regione, Comune, Quartiere), chiedendo chiarimenti sull’umiliante passato recente del plesso e pretendendo un impegno per il suo futuro, informandoli quindi della costituzione dell’Assemblea. Siamo stati così invitati dall’Assessore Regionale Emanuele Bobbio ad un primo incontro di semplice conoscenza durante il quale abbiamo presentato le rivendicazioni avanzate negli anni dai collettivi universitari – ribadite anche in un secondo incontro informale – e che possiamo sintetizzare così: la restituzione alla comunità della possibilità di vivere Sant’Apollonia e la riqualifica del chiostro, che dall’attuale stato di decadenza possa tornare a essere un luogo pubblico e un punto di riferimento nel quartiere. 
Quello che proponiamo oggi tramite la riappropriazione e l’autogestione comune tra studenti, lavoratori e abitanti del quartiere, è la concreta possibilità di lavorare attivamente alle soluzioni creando un luogo di socialità alternativo, vivo e propositivo.

Alcune settimane dopo quest’incontro, a fine novembre, la notizia dell’occupazione dell’intero chiostro per l’organizzazione del mercato contadino li ha allertati a tal punto da indurli a intervenire per dissuaderci minacciando lo sgombero delle stanze occupate. Siamo riusciti a evitarlo garantendo la temporanea chiusura delle stanze (da loro giudicate inagibili) a patto che entro la fine dell’anno ci venissero presentati progetti concreti sul futuro del chiostro con la dimostrazione di una seria presa d’impegno. 

Di conseguenza il 23 dicembre, a sette mesi complessivi dalla nascita dell’Assemblea della Polveriera, abbiamo incontrato per la seconda volta l’Assessore Regionale insieme al nuovo Direttore del DSU Francesco Pierulli, i quali ci hanno esposto la prima bozza di progetto di riqualifica del chiostro: se attualmente la maggior parte del complesso è inutilizzato o indebitamente impiegato per uffici, le intenzioni mostrate sono quelle di ristrutturare interamente il primo piano per allargare la sala della mensa, allestire delle aule studio e addirittura ospitare una residenza studentesca, mentre per quanto riguarda il piano terra è previsto un ingente investimento per rimettere a nuovo il giardino e per trasferire gli uffici amministrativi e di front-office per studenti. Apparentemente entusiasmante. E sembra che i tempi di realizzazione non saranno troppo lunghi, giusto il tempo di reperire otto-nove milioni di euro…

Com’è possibile tutto questo? Com’è che dopo anni di disinteresse, proprio ora, in tempo di elezioni, si promette tutto ciò? È evidente che il progetto proposto è mera propaganda se lo dobbiamo considerare nell’ottica della prossima campagna elettorale per le elezioni regionali toscane, ma soprattutto resteranno parole al vento se non insisteremo maggiormente con la strada che abbiamo deciso di intraprendere: un progetto di riappropriazione e autogestione che deve essere costruito con la pratica della democrazia diretta, lontano dai macchinosi processi burocratici che impediscono una sana ed efficace gestione della cosa pubblica, così da coinvolgere direttamente la comunità a interessarsi dei propri spazi e delle proprie vite.

Per questo invitiamo tutte e tutti a partecipare alle riunioni dell’Assemblea e alle iniziative della Polveriera, in vista di un prossimo incontro pubblico nel quale costruiremo collettivamente il progetto per una nuova Sant’Apollonia.

L’Assemblea della Polveriera


Sul Mercato, Mondeggi e RiMaflow

Appunti polverieri sul Mercato Contadino

Il 30 Novembre abbiamo ospitato nel nostro piazzale il mercato di Genuino Clandestino (comunità in lotta per l’autodeterminazione alimentare). Con i banchi, le associazioni e i comitati presenti,  tra cui Mondeggi Bene Comune e la fabbrica recuperata Ri-Maflow, abbiamo vissuto momenti bellissimi durante tutta la giornata, e alcune riflessioni vengono spontanee.
Le parole chiave che accomunano La Polveriera, Mondeggi e la Ri-Maflow sono l’autogestione, il mutuo soccorso, la riappropriazione e la lotta contro la speculazione, l’abbandono e l’annientamento della vita. Se da una parte noi ci occupiamo di uno spazio cittadino e universitario, loro si occupano rispettivamente dell’ambito agricolo e di quello industriale.
Con quest’evento siamo riusciti, almeno per un giorno, ad unire lotte “urbane” con quelle del lavoro e della sovranità alimentare, costruendo una critica della produzione capitalista. Ma l’obiettivo sta nel voler costruire una progettualità per far sì che queste connessioni ci permettano di rielaborare i nostri discorsi e i nostri obiettivi sotto una consapevolezza maggiore.
Ospitando il mercato abbiamo ridato vita al chiostro, che versava nel degrado e nell’abbandono da anni, utilizzato saltuariamente solo dalla Fondazione Toscana Spettacoli per le proprie passerelle e i propri festini privati. In Sant’Apollonia il 30 Novembre si respirava l’aria della comunità, allargavamo le nostre conoscenze e i nostri orizzonti, mentre intorno a noi i bambini giocavano, gli studenti leggevano e i cittadini avevano accesso a prodotti a chilometro zero e biologici.
I partecipanti al mercato erano pienamente consapevoli di essere in una situazione di illegalità, condivisa e diffusa, ma l’incontro con chi occupa le terre e con chi occupa le fabbriche ci ha rassicurato e rasserenato sul fatto che legalità e legittimità sono concetti che non coincidono.
Non ci interessa restare nell’ambito della legalità se questa vuol dire sprecare risorse, se vuole imporre modelli di vita che ci uccidono o che ci opprimono. 
E siccome è proprio da quest’esigenza di riprenderci spazi e tempi nostri che è nata la Polveriera, un progetto che non è fine a se stesso, ma che è mezzo per esprimere le nostre esigenze e immaginare altri modi di vivere gli spazi urbani, i tempi di vita e le relazioni sociali, abbiamo messo in relazione tutto ciò con le esigenze di altre vertenze: un piccolo produttore, contadino o artigiano che sia, può permettersi davvero di sacrificare metà del proprio guadagno per pagare il posto nel quale vende i propri prodotti? Ovviamente no, restando in una logica di mercato aperto, capitalista e legale. Da qui il bisogno di un mercato clandestino, organizzato in uno spazio temporaneamente occupato, nel quale il sentire comune diventa bene comune. 
I nostri sentimenti e le nostre emozioni coincidevano con i nostri intenti. Abbiamo restituito il chiostro alla città: non è solo nostro, ma è di tutti e tutte!
Il nostro impegno nel promuovere l’iniziativa è stato premiato da una larga partecipazione sia del quartiere che dei nostri amici e conoscenti e dall’ennesimo riconoscimento che abbiamo fatto la cosa giusta. Questo ci legittima ad andare avanti.
Se il sistema e la burocrazia – incarnati nei dirigenti delle istituzioni regionali e del Dsu – ci dicono che dovremmo abbandonare gli spazi che abbiamo occupato, noi dobbiamo disobbedire e, con spirito critico, comprendere che la nostra stessa presenza è un elemento di rottura con la realtà di degrado e abbandono nel quale versano gran parte degli spazi pubblici fiorentini.
Da questa faglia la nostra creatività è venuta fuori e ha richiamato dentro l’intera città.
Mondeggi ci mostra che è possibile trasformare in bene comune ciò che prima era caos e nulla.
La Ri-Maflow ci insegna che è possibile e giusto lottare per il lavoro e riappropriarsene. Così noi dovremmo difendere il nostro diritto allo studio e al lavoro.
Farlo da soli è un’impresa impensabile, ma non se riusciremo a metterci in rete, a creare ponti di solidarietà, a crescere insieme riproducendo meccanismi che ci insegnino e ci aiutino ad aiutare e a imparare dagli altri in uno scambio continuo e proficuo di conoscenze, di teorie e pratiche.
Il sorriso sul viso sereno di tutt*, il sudore di chi si è impegnato per realizzare la giornata, i suoni e le voci del mercato, le urla gioiose dei bambini e delle bambine, i fiori ed i frutti degli Oca, le petizioni dei NoTunnelTav e dei comitati contro l’abbattimento degli alberi sul percorso della tramvia, l’arrivo e l’aiuto attivo dei Gas e dei centri sociali, i disegni autoprodotti degli artisti sono la moneta con la quale ci siamo ripagati.
Tutto questo non è un vaneggiamento entusiasta, non è il sogno della comune socialista, ma la realtà che abbiamo creato insieme e che oggi rappresentiamo.
Occupare e autogestire sono mezzi giusti e coerenti per combattere il nulla del degrado e di ciò che ci è stato tolto. Siamo cresciuti in un mondo di asfalto, cemento e tecnologie asettiche, vogliamo un mondo verde, brulicante di vita e di attività lavorative e formative.
Siamo dalla parte del giusto, vogliamo ribadirlo per chi non c’era e non l’ha sentito a pelle o visto coi suoi occhi.
La lotta non è fondata sullo scontro, nel quale decidiamo di perdere qualcosa per annientare un nemico, ma sulla crescita e sullo sviluppo sociale, nei quali ci riappropriamo direttamente, da chi vuole essere nostro nemico (padroni-istituzioni), del nostro reddito, del nostro ruolo sociale e della nostra consapevolezza di classe.
La strategia futura per concretizzare i nostri contenuti dovrà fondarsi sulle stesse parole d’ordine che esponiamo quotidianamente.
Abbiamo attraversato un tessuto sociale misto e variegato, ci sentiamo arricchiti dentro, abbiamo stretto e ricucito amicizie e rapporti che ci garantiscono un contropotere in grado di difenderci, in ultima istanza, dagli attacchi mediatici e politici. Fermarci è impossibile. Prima lo pensavamo, ora lo sappiamo.

Resoconto dell’incontro con Mondeggi e Ri-Maflow 

Dopo una breve introduzione di Samuele dello Spazio Comune LaPolveriera, Francesco di Mondeggi e Luigi di Ri-Maflow presentano le loro realtà, mentre le immagini delle giornate nei campi di Mondeggi vengono proiettate sui muri del Chiostro di Sant’Apollonia.
La fattoria Mondeggi Bene Comune è un’area di 200 ettari di proprietà della provincia di Firenze.
Dopo anni di mala gestione da parte dei privati e del pubblico, i terreni versavano in uno stato di abbandono e di degrado totale. Il tentativo di salvataggio della vecchia impresa agricola da parte della provincia era fallito ed anche l’ultima società partecipata che l’aveva avuta in gestione aveva accumulato un debito enorme ed insanabile. Col tempo gli abitanti di Bagno A Ripoli e dei comuni limitrofi si sono resi conto delle potenzialità del luogo e hanno deciso di occupare le terre e gli edifici abbandonati per riprendere le coltivazioni.
Per evitare di appropriarsi personalmente dei terreni si è deciso di far partire la Custodia Popolare, come previsto dalla Costituzione Italiana per i Beni Comuni. Nasce così Mondeggi Fattoria Senza Padroni, un progetto di gestione nel quale chiunque lo desideri può lavorare spontaneamente riappropriandosi del rapporto con la terra, dei valori e dei principi del lavoro comune per la comunità. Quello che viene prodotto diventa un bene da difendere e da redistribuire. Chiunque può partecipare sia durante le giornate di lavoro, che durante le passeggiate di informazione.
Tramite la coltivazione e la vita si riprende un rapporto sano ed armonioso fra essere umano e natura, nel quale l’agricoltura e l’allevamento diventano gli strumenti per raggiungere nuove forme di autocoscienza, slegate alle logiche del profitto e della società capitalista. I frutti della terra, rigogliosa e felice, diventano il simbolo dell’impegno per una vita sana, biologica e pura.
La campagna per Mondeggi Bene Comune culmina nella petizione già firmata da amministratori pubblici di rilievo, da personalità della cultura e dello spettacolo e da migliaia di cittadini affascinati ed interesati alla lotta per la liberazione delle terre.
La fabbrica recuperata Ri-Maflow nasce con l’impegno ed il sacrificio degli occupanti e degli ex-operai. La Maflow era una fabbrica metalmeccanica che, dopo tanti passaggi da proprietari (prima italiani, poi stranieri) era fallita ed era stata chiusa ed abbandonata. 
Gli operai non si sono rassegnati alla mobilità e alla disoccupazione e sono rientrati nell’azienda. Hanno preferito non indebitarsi creando nuove società o cooperative e hanno formato un’assemblea nella quale hanno deciso di far ripartire la produzione secondo modelli orizzontali e volti all’ecologia. Il primo obiettivo centrato è stato quello di riconvertire l’azienda. Basta produrre per produrre! Basta produrre per il mercato ed il profitto! Senza padroni parassiti non c’è necessità di profitti, ma di ridare dignità al lavoro dei singoli e della collettività.
Hanno iniziato a recuperare materiale di scarto elettrico ed elettronico ed a riqualificarlo e rielaborarlo con i macchinari che sono riusciti a riavviare, scegliendo così di rovesciare la logica del consumo del prodotto che finisce in discarica e di riavvicinarsi alla città, interpellando i cittadini e chiedendo i resti di televisori, apparecchi elettrici, etc.
Lavorando su circuiti non convenzionali l’obiettivo è quello di combattere la speculazione che aveva distrutto il loro lavoro proponendo la “cittadella dell’altra economia”, una realtà nella quale l’autogestione garantisce lavoro, reddito e dignità per tutte e tutti.
Non bisogna confondere l’autogestione con l’autosfruttamento! L’obiettivo è di raggiungere una paga di 16 euro orari compresi di contributi per la pensione. Si lavora tutt* per lavorare meno e si redistribuisce equamente i guadagni.
L’assemblea si mette in rete con l’associazione Fuori Mercato, che ha permesso i contatti e le collaborazioni con SOS Rosarno e genuino clandestino, creando una filiera che combatte lo sfruttamento del lavoro agricolo ed il lavoro nero e dando vita ad autoproduzioni alimentari.
Nella nuova fabbrica entrano anche studenti e compagni, interessati al modello di rinascita del lavoro, lo spazio diventa sociale e l’assemblea si ampia creando nuovi ponti fra mondi che fino ad allora non comunicavano fra loro. Nell’azienda nascono spazi alloggio, la biblioteca, spazi di dibattito cultura, la palestra popolare, il bar, il mercato e si trasforma in una vera comune. Un luogo dove il lavoro libero e la socialità producono anche nuovi modi di vivere e di pensare.
Nasce l’idea di produrre pancali industriali legno per combattere lo sfruttamento che attualmente regna in quel sistema, ma ai macchinari attuali mancano alcuni componenti che non è possibile auto-costruirsi. Parte così la campagna di crowdfunding  “Ri-Maflow vuole vivere”, nella quale si chiede, con umiltà e dignità, di partecipare all’acquisto del nuovo compressore, già pagato al 50% con le campagne di auto-finanziamento e con il lavoro vivo dell’attuale produzione.
L’incontro termina rilanciando i prossimi appuntamenti che le due realtà si sono dati, con particolare riferimento alla due giorni di Genuino Clandestino a Firenze, il 13 e 14 Dicembre.

Intervento del Collettivo della Polveriera SpazioComune al convegno di Altra Europa con Tsipras.

Intervento del Collettivo della Polveriera SpazioComune al convegno a Firenze di AltraEuropa con Tsipras di fronte agli esponenti dell’inevitabilmente fallimentare sinistra italiana, per rimarcare la necessità di ricostruire un tessuto politico sociale a partire dal basso, dalle piazze, dai posti di lavoro, dai luoghi di studio, con politiche sociali attente alle esigenze e ai diritti dei cittadini.
Quest’auditorium si trova fra le mura del Chiostro di Sant’Apollonia, delle mura che hanno tanto da raccontare. Hanno assistito proprio qui dentro a centinaia di assemblee dagli anni ’60 ai ’70 quando era il centro del movimento studentesco. Portano ancora oggi le scritte fatte dal 67 al 74 dagli oltre mille studenti greci emigrati dalla dittatura. 
E proprio qua sopra, metri quadrati che la regione lascia abbandonati e che da maggio sono occupati da noi: lavoratori, studenti ed abitanti del quartiere. Uno spazio che oggi è diventato comune a decine di persone che lo vivono ed attraversano, all’interno del quale si sperimentano resistenza e costruzione d’alternative.
Queste sono cose che solo chi vive i luoghi, i quartieri come i posti di lavoro e le scuole, può conoscere in profondità. Ed è per questo che Syriza lavora strettamente legata ai movimenti sociali, composti da quelle persone che ogni giorno lottano e cercano di cambiare questa società; perché caratteristiche e problematiche sono conosciute dai soggetti che le vivono, come da loro devono essere elaborate le rivendicazioni. Cercare di rappresentarle, senza averne internità, sarà fallimentare.
Se Syriza, dopo i risultati del 30% delle scorse elezioni, adesso potrà governare la Grecia, proprio per questa stretta connessione con le lotte sociali, quelle che le daranno la forza di resistere agli attacchi che l’Ue molto probabilmente porterà una volta conquistato il potere politico.
Abbiamo scelto di intervenire per sottolineare quest’aspetto perché il paese oggi è attraversato da centinaia di vertenze lavorative e conflitti nei quartieri e nei territori che non trovano espressione politica. 
E l’espressione politica di questo mondo, il mondo degli sfruttati dal capitale: dai lavoratori ai territori, non può partire dalla pura rappresentazione di questi conflitti, né da alleanze che puntino a racimolare quelle percentuali da governo. Questo non potrà che avvenire sostenendo direttamente i conflitti aperti dalla crisi, legando quelle lotte al fine di dargli progettualità. Cambiare la società dev’essere l’obiettivo. Solo così si può pensare di raggiungere quegli obiettivi. Se invece si rigira sottosopra l’obiettivo, ponendo il risultato elettorale come prioritario, difficilmente si riuscirà a replicare quanto Syriza ha fatto nel suo paese. E difficilmente le persone che in queste settimane occupano le piazze potranno credere in un cambiamento collettivo.

DIARIO DI BORDO: 23 maggio

La polveriera è occupata da quasi un mese.

Il 23 giugno, data di inaugurazione della mostra di arte calligrafica di Chen Wei, festeggeremo il nostro complimese. Sembra nulla se pensiamo al tempo passato ad esplorare le stanze lacerate da lavori incompleti e dallo scorrere del tempo, ad immaginare ognuno in testa propria cosa potessero accogliere, a discutere dell’impraticabilità di un occupazione e poi comunque a teorizzare i modi e le probabili conseguenze. È invece molto se proviamo a confrontarla con altre occupazioni, soprattutto se al di fuori dei locali universitari. Penso a Luna Distro, occupazione lampo in quel delle Cure, durata meno di quarantottore con tanto di sgombero notturno e denunce per i presenti. Oppure lo Spazio di Novoli, un aula che fu murata piuttosto che vederla in mano a degli studenti ”antagonisti”. Negli ultimi anni occupare dei locali cosi centrali ed in un plesso cosi imponente sembrava fantascienza, ma la fantasia non ci manca.
Abbiamo avuto coraggio, abbiamo scelto di puntare tutto su una  data, il 23 maggio, da collocare all’interno di una più ampia campagna sugli spazi (Facciamoci Spazio), che a noi sembrava ovvia, ripetitiva, inefficace e nella quale ci è parso che neanche gli stessi organizzatori credessero, e che comunque ha portato i suoi preziosi frutti.
Noi abbiamo pensato in grande. Non lo diciamo per vantare meriti alcuni: è stato sconsiderato come gesto, ma abbiamo fatto bene. Ed abbiamo vinto la scommessa: l’iniziativa è stata un successo, l’occupazione ha portato decine di persone ad interessarsi allo spazio materiale e al progetto che rappresentava. Non dobbiamo negarcelo: l’intuizione è stata premiata. Ma la fortuna non fa che la metà della parte, e come dobbiamo guardarci indietro per imparare dai nostri errori e dalle buone pratiche, così è fondamentale capire come muoverci da qui in avanti, perché adesso la fortuna lascia lo spazio alle nostre capacità. Capacità politiche prima di tutto. 
Già, perché che lo vogliamo o no adesso si tratta di farsi i muscoli per il braccio di ferro con l’istituzione e con la società che ci circonda se vogliamo costruire una Polveriera che sia davvero esplosiva e non un fuoco di paglia o, ancora peggio, polvere da sparo bagnata. Fare cilecca adesso sarebbe drammatico: non sono passate ere geologiche da quando un collettivo composto per lo più da studenti ha visto sei dei suoi militanti finire agli arresti domiciliare per associazione a delinquere (e ben 90 persone sono state coinvolte nelle indagini fra coloro i quali frequentavano questi ”delinquenti”) per aver preso parte a manifestazioni studentesche, occupato locali abbandonati dall’università ed altre azioni illegali.
È bene metterselo in testa, stiamo giocando col fuoco ed è meglio imparare al più presto a governarlo.
Innanzitutto ci teniamo a chiarire alcuni aspetti: il primo fra tutti è che abbiamo ragione. Come scritto poco sopra, occupazioni di questo genere non durano molto, e noi siamo ancora qua. Perché? Perché abbiamo ragione, e chi dovrebbe provvedere al nostro sgombero lo sa e ha paura. Ha paura di darci visibilità, dare visibilità alla causa di alcuni studenti e studentesse che hanno occupato un posto che è stato gestito vergognosamente fino a oggi e che è destinato a finire nelle fauci della speculazione. Uno sgombero vorrebbe dire sbattere in prima pagina il degrado di quel chiostro, gli sprechi della regione, coprire di infamia gli articoli apologetici di due anni fa sulla nuova mensa… Ricordate quante sviolinate all’apertura?
Che abbiamo ragione, poi, lo sanno gli altri studenti e studentesse che attraversano la mensa ogni giorno, come anche i lavoratori e le lavoratrici: in molti e molte ce lo dicono ogni volta che si affacciano, che li incontriamo e interagiamo. La frase che si ripete è sempre la stessa: avete fatto bene.
Il secondo aspetto che vogliamo sottolineare è che siamo un gruppo abbastanza eterogeneo da poter essere esplosivo, dobbiamo mettere in comune le nostre conoscenze, i nostri desideri, le nostre energie e farle fruttare per rendere la Polveriera una realtà forte abbastanza per resistere e per essere rivoluzionaria. Non è retorica: perché se abbiamo voluto fare parte di un gruppo del genere invece di dialogare solo con chi la pensa ”quasi” come noi è perché siamo convinti che si possa invertire il modo di guardarsi più diffuso, quello che mette in risalto le differenze per affermare la singolarità. Si possono mettere in gioco le proprie opinioni e scoprirle diverse da quando si è iniziato a dialogare, e non solo si può, ma è il modo migliore di arricchirsi senza impoverire il prossimo: conversare, confrontarsi, collaborare e cooperare.
Su questo aspetto finora ci siamo spesso dilungati e dimostrati concordi. Vorremmo dunque passare al terzo e fondamentale aspetto: i contenuti.
I contenuti non sono oggetto separato dal contenitore. Chiamateli come volete, ma se vogliamo parlare di contenuti dobbiamo parlare del posto dove siamo seduti. Perché che la polveriera sia uno spazio pubblico preda della burocrazia statale e della fame di profitto di questo sistema capitalista non è aria fritta, non sono parole vuote. È uno spazio sottratto al profitto dove poter mettere in pratica forme di resistenza al dominio del profitto. Pratiche di auto-organizzazione contro la crisi, contro la dequalificazione dei saperi e contro la mercificazione. Vi sembra poco?, e poi? E poi è uno spazio pubblico frequentato da chi vive nel quartiere: chi porta il cane a pisciare, chi si prende il fresco, chi ci passa i pomeriggi dopo la scuola, e chi (ahinoi questo è un quartiere segnato anche da questo) cerca un luogo tranquillo dove consumare eroina. Stiamo parlando di dati oggettivi e allo stesso tempo da una cornice di concetti che permiano dalle pareti e che dobbiamo essere in grado di intessere.
L’ambiente che ci circonda ci coinvolge soprattutto adesso che delle telecamere campeggiano dalle nostre teste, e che ci siano per colpa nostra o delle ”frequentazioni promiscue”, resta il fatto che ci sono, e il loro scopo è inquadrare chi delinque e fornire prove alle forze dell’ordine. È urgente pensare bene a come risolvere questo problema e a come risolverlo nel modo più produttivo, perché il prossimo passo sarà la chiusura del chiostro ai non iscritti all’università, da un lato rendendolo ancor più abbandonato a se stesso, dall’altro privando il quartiere di uno dei pochi quadrati di verde.
Un modo produttivo perché crediamo che immaginando soluzioni ai vari problemi di Sant’Apollonia noi potremo produrre i contenuti e la ricchezza che ci serve per diventare cambiamento, per rendere i luoghi che viviamo e che ci circondano più simili al loro dover essere.
Queste sono le premesse che ci premeva sottolineare per lanciare a tutte e a tutti una sfida: se vogliamo lasciare un’impronta con questa esperienza dobbiamo occuparci di difenderla dai pericoli che incombono al momento. Lo sgombero e la chiusura del chiostro si risolvono allo stesso modo, e cioè radicandosi nel quartiere, dimostrandosi responsabili e capaci di affrontare anche i problemi più difficili con i valori che ci muovono, organizzando a partire da noi stessi per innescare un circolo virtuoso di partecipazione.
Invitiamo tutte e tutti a riflettere su quanto scritto perché nel secondo mese si passi all’offensiva così da non farsi cogliere impreparati dal nemico, che finora è stato magnanimo lasciandoci tutto il tempo per fare il rodaggio (che ancora non è finito e che forse non finirà mai, in questa rivoluzione permanente), ma che per quanto ci abbia portato a compiere dei passi avanti nella sistemazione del posto e nella costruzione di una rete di relazioni che si stanno saldando è un castello di carte di fronte al potere che stiamo sfidando.
La Polveriera esploderà.